Articolo 11 CGS: la discriminazione

 

La tanto criticata quanto utilizzata norma sulla discriminazione (art 11 CGS) trova nel comma 3 una ancora di salvezza, prevista dal normatore per evitare l’esasperazione dell’utilizzo della responsabilità oggettiva come soluzione a tutti i mali. Come è noto l’art. 11 CGS dispone che: “Costituisce comportamento discriminatorio, sanzionabile quale illecito disciplinare, ogni condotta che, direttamente o indirettamente, comporti offesa, denigrazione o insulto per motivi di razza, colore, religione, lingua, sesso, nazionalità, origine territoriale o etnica, ovvero configuri propaganda ideologica vietata dalla legge o comunque inneggiante a comportamenti discriminatori.” Tale norma sottolinea quali sono i comportamenti ritenuti discriminatori ed indica le sanzioni stabilendo che: In caso di prima violazione, si applica la sanzione minima di cui all’art. 18, comma 1 lett. e). Qualora alla prima violazione, si verifichino fatti particolarmente gravi e rilevanti, possono essere inflitte anche congiuntamente e disgiuntamente tra loro la sanzione della perdita della gara e le sanzioni di cui all’art.18, comma 1, lettere d), f), g), i), m). In caso di violazione successiva alla prima, oltre all’ammenda di almeno euro 50.000,00 per le società professionistiche e di almeno euro 1.000,00 per le società dilettantistiche, si applicano congiuntamente o disgiuntamente tra loro, tenuto conto delle concrete circostanze dei fatti e della gravità e rilevanza degli stessi, le sanzioni di cui all’art. 18, comma 1 lettere d), e), f), g), i), m) e della perdita della gara.” La norma, già di per sé rigida in quanto effetto di tale condotta potrebbe essere, in ultima ratio, anche l’esclusione dal campionato, prevede nel comma 3 uno spiraglio di luce nel punto in cui stabilisce che: “Le società sono responsabili per l’introduzione o l’esibizione negli impianti sportivi da parte dei propri sostenitori di disegni, scritte, simboli, emblemi o simili, recanti espressioni di discriminazione. Esse sono altresì responsabili per cori, grida e ogni altra manifestazione che siano, per dimensione e percezione reale del fenomeno, espressione di discriminazione.” In base a quanto sopradescritto, l’organo di giustizia sportiva adito, in caso di presenza del fenomeno discriminatorio, deve sempre esaminare l’esistenza dei requisiti di dimensione e reale percezione. E’ indubbia la ratio della norma e tantomeno il fenomeno che la stessa vuole colpire ed arginare: da un lato il deprecabile comportamento a sfondo discriminatorio e dall’altro la necessaria esigenza di determinati requisiti affinché, il comportamento in oggetto, possa raggiungere “l’offeso” e possa anche essere udito dai restanti spettatori. Pertanto per fare in modo che la sua previsione astratta trovi applicazione nella realtà è necessario che il fenomeno discriminatorio inteso come cori, grida e ogni altra manifestazione, sia per dimensione e percezione espressione di discriminazione.

 

 

 

 

 

 

 

 

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