Tra polpette avvelenate e buona fede

 

 

 

 

 

di Flavio Grisoli

 

Occorre premettere, preliminarmente, che le espressioni del presidente Tavecchio su ebrei e omosessuali sono difficilmente giustificabili, perché pronunciate da un personaggio pubblico molto in vista e già “attenzionato” da molti media a lui avversi sin dall’inizio della sua avventura in FIGC. Però non mi sento di colpevolizzarlo troppo, e di spezzare una lancia in suo favore. Se sia vittima di un ricatto come asserisce questo non lo so, e non mi permetto neanche di giudicarlo. Al limite, saranno gli organi preposti a deciderlo, perché sicuramente questa storia non finirà qui. Il suo, quello di Tavecchio, è stato un peccato di ingenuità nei confronti di una persona che conosceva da anni (questo posso testimoniarlo di persona, e comunque è facilmente verificabile) e con il quale ha tenuto le difese basse e un tono di conversazione amicale. Quanti di noi possono affermare di tenere lo stesso tono e soprattutto utilizzare lo stesso vocabolario quando ci troviamo in un’occasione pubblica oppure con degli amici o presunti tali? Credo nessuno. E questo, ovviamente, vale anche per il sottoscritto. Naturalmente per una personalità pubblica questo discorso vale meno, molto meno, me ne rendo conto. Però non lo dico io, ma illustri colleghi (Fabio Caressa, Ilaria D’Amico, non ultimo il direttore della Gazzetta dello Sport Andrea Monti), che il comportamento di chi ha registrato la conversazione (Giacomini) non sia proprio da ascrivere sul manuale del bon-ton del giornalista. Che deontologicamente parlando, non sia stata una bella operazione. Oltretutto, se si fosse trattato davvero di un’intervista, questa sarebbe apparsa, nel giugno scorso, sul sito internet in questione (soccerlife.it). Ma non ce n’è traccia. Vale la pena richiamare una delle sentenze della Cassazione che sono alla base del diritto di registrazione di una conversazione (di persona o telefonica), la 18908 del 13 maggio 2011, nella quale si legge: In altri termini, non è illecito registrare una conversazione perché chi conversa accetta il rischio che la conversazione sia documentata mediante registrazione, ma è violata la privacy se si diffonde la conversazione per scopi diversi dalla tutela di un diritto proprio o altrui”.  Qui c’è da capire quale sia (e di chi sia) il diritto tutelato in questa vicenda. E non sono io, ma il direttore del quotidiano sportivo più importante d’Italia, Andrea Monti della Gazzetta dello Sport, a parlare di “forte odore di trappolone”, “certo il suo interlocutore inziga, suggerisce, va a cercare lo scivolone propiziandolo perfino con una citazione di Umberto Eco”. E sul Corriere della Sera, che ieri ha pubblicato l’audio incriminato, oggi si legge: “c’è un pregresso che fa pensare”, riguardo ad alcune richieste di finanziamenti (le cifre riportare dai vari organi di stampa sono diverse, su Repubblica arrivano addirittura a 150mila Euro) fatte dall’editore del sito sopracitato a Tavecchio. Sulla Stampa, Paolo Brusorio parla di “polpetta avvelenata”, e chi lo intervista fa un gioco non chiaro, diciamo pure sporco. Tirare fuori la registrazione oggi sa di regolamento di conti”. Il direttore del Corriere dello Sport Alessandro Vocalelli, se possibile, aggiunge: “Non c’è dubbio che le modalità lascino pensare moltissimo. Davvero c’è il pregresso di una richiesta economica e, se fa parte della registrazione, perché non è stata fatta ascoltare? Come si può pensare che ci si renda conto solo mesi dopo dell’importanza, della gravità di certe frasi? E, ascoltando il colloquio, non sfugge la netta percezione che le risposte vengano quasi suggerite”. E Marco Mensurati su Repubblica (non certo un giornale vicino a Tavecchio) scrive di Giacomini: “[…] cacciatore di fondi federali e grande frequentatore di corridoi, burocrati e stanze dei bottoni”. Ripeto, nel merito di queste vicende non voglio entrare, ma solamente analizzare i fatti (prendendo in prestito considerazioni e commenti fatti da colleghi ben più famosi e con ben altra esperienza rispetto alla mia) da un altro punto di vista. Se si è in buona fede, e non si ha nulla da nascondere, per la registrazione di una conversazione (o intervista, a seconda di come si intenda l’una o l’altra cosa) si chiede il “permesso” all’interessato. Infine, per chiudere il cerchio e per ribadire quanto detto in apertura, Tavecchio ha ovviamente sbagliato. Anche in un contesto amicale, certe cose non si dicono. Voleva fare una battuta, ma non si può. Soprattutto se sei a capo di un movimento di milioni di persone. Ma l’impegno di Tavecchio per il rispetto delle minoranze (etniche, religiose, sessuali) non è da mettere in discussione, primo fra tutti il rapporto con la comunità ebraica, come testimoniato da più esponenti autorevoli nelle ultime ore. E adesso la caccia al “Corvo”, all’insider della Federcalcio, è aperta più che mai. Perché sebbene sia vero che Tavecchio dovrebbe fare molta attenzione (eufemismo) quando parla, c’è qualcuno molto vicino a lui che lancia verso l’esterno le famose “polpette avvelenate”.

 

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